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Matasci Vini

31/08/2026

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Toscana del vino: molto più di Sangiovese e Chianti

Dal Sangiovese delle colline dell’entroterra ai vitigni internazionali della costa: un viaggio nella Toscana del vino, tra denominazioni celebri, differenze da conoscere e qualche storia sorprendente.

Brunello, Prugnolo Gentile, Chianti Classico, Supertuscan: in Toscana perfino i nomi raccontano quanto il vino sappia cambiare volto.

Il Sangiovese attraversa buona parte della regione, ma non parla ovunque allo stesso modo. A Montalcino viene tradizionalmente chiamato Brunello, a Montepulciano Prugnolo Gentile; poi, avvicinandosi alla costa, entrano in scena Cabernet Sauvignon, Merlot e Cabernet Franc.

Non è solo una questione di vitigni. Cambiano territori, tradizioni e regole, e cambia il modo di interpretare il vino.

Per capire meglio questa varietà, seguiamo alcune delle denominazioni più rappresentative della Toscana. Non per compilare un elenco, ma per scoprire cosa le distingue davvero, oltre a qualche dettaglio utile anche quando ci troviamo davanti a una bottiglia.

Il Sangiovese, il filo rosso della Toscana

 

Chianti Classico, Brunello di Montalcino, Vino Nobile di Montepulciano: tre vini con identità proprie, accomunati da un grande protagonista, il Sangiovese.

È uno dei vitigni più importanti della Toscana e ha una particolare capacità di restituire espressioni diverse a seconda del luogo in cui viene coltivato e delle scelte produttive.

Anche i nomi raccontano questa storia. A Montalcino il Sangiovese è tradizionalmente chiamato Brunello; a Montepulciano Prugnolo Gentile.

Seguire il Sangiovese attraverso la Toscana diventa così un modo interessante per leggere il territorio: il vitigno rimane, la sua interpretazione cambia.

 

Chianti Classico: e quel Gallo Nero?

 

Quel Gallo Nero sulle bottiglie non è soltanto un simbolo riconoscibile. Identifica il Chianti Classico, denominazione legata al territorio storico tra Firenze e Siena.

Qui vale la pena chiarire subito un equivoco frequente: Chianti e Chianti Classico non sono due livelli qualitativi dello stesso vino, ma denominazioni distinte, con territori e disciplinari propri.

Anche all'interno del Chianti Classico esistono differenze. Accanto ad Annata e Riserva troviamo la Gran Selezione, al vertice della piramide della denominazione. Per quest'ultima il disciplinare prevede almeno il 90% di Sangiovese e consente di indicare in etichetta una delle 11 UGA, Unità Geografiche Aggiuntive, create per valorizzare in modo più preciso le diverse provenienze all'interno del territorio.

Dietro un nome conosciuto in tutto il mondo, insomma, c'è una geografia del vino molto più articolata di quanto sembri.

 

Montalcino: stesso vitigno, un'altra storia

Il Sangiovese è lo stesso. Il contesto cambia.

 

A sud di Siena arriviamo a Montalcino, dove il Sangiovese è tradizionalmente chiamato Brunello.

Il Brunello di Montalcino DOCG è ottenuto esclusivamente da Sangiovese e il tempo è parte integrante della sua identità: può essere immesso sul mercato dal 1° gennaio del quinto anno successivo alla vendemmia, dopo un periodo che comprende almeno due anni in legno e quattro mesi in bottiglia. Per la Riserva l'attesa si prolunga di un altro anno.

Accanto al Brunello troviamo il Rosso di Montalcino DOC, prodotto con lo stesso vitigno nello stesso territorio, ma pensato per essere apprezzato più giovane.

È un confronto interessante: stessa uva e stesso luogo possono dare origine a vini con tempi e vocazioni differenti.

 

Montepulciano: qui il nome inganna

Domanda da enoteca: con quale uva si produce il Vino Nobile di Montepulciano?

Se avete risposto “Montepulciano”, l'equivoco è comprensibile.

Montepulciano, in questo caso, è il luogo: la cittadina toscana in provincia di Siena dove nasce il Vino Nobile. L'uva principale è invece ancora una volta il Sangiovese, chiamato tradizionalmente Prugnolo Gentile, che deve rappresentare almeno il 70% dell'uvaggio.

Il vitigno Montepulciano esiste, naturalmente, ma è tutt'altra cosa e ci porta soprattutto verso altre zone dell'Italia centrale.

Un nome, due significati completamente diversi: una distinzione semplice da ricordare una volta scoperta.

 

Bolgheri: prima il vino, poi le regole

 

Verso la costa la storia cambia decisamente.

A Bolgheri acquistano un ruolo centrale Cabernet Sauvignon, Merlot e Cabernet Franc, le tre principali varietà internazionali coltivate nel territorio.

La parte più affascinante, però, è capire come Bolgheri sia arrivata a diventare sinonimo di grandi rossi.

La svolta moderna parte dal Sassicaia. La prima annata commercializzata fu la 1968, presentata sul mercato nel 1972, quando i vini di questo tipo non trovavano ancora spazio nelle denominazioni prestigiose dell'epoca.

In quegli anni iniziò a diffondersi anche il termine Supertuscan, utilizzato per vini toscani di alta qualità prodotti fuori dagli schemi delle denominazioni tradizionali, spesso anche con Cabernet e Merlot. Ma attenzione: Supertuscan non significa Bolgheri e non è una denominazione. Tignanello e Solaia, per esempio, appartengono alla stessa storia ma sono nati nel territorio del Chianti Classico.

E qui arriva una delle curiosità più interessanti.

Quando la DOC Bolgheri nacque nel 1983, il disciplinare contemplava soltanto vini bianchi e rosati. I rossi che stavano costruendo la reputazione del territorio ne rimanevano fuori. Solo nel 1994 la normativa venne modificata riconoscendo ufficialmente Bolgheri Rosso e Bolgheri Superiore.

In questo caso si può davvero dire che, almeno in parte, il vino sia arrivato prima delle regole.

 

Toscana = vino rosso? Non proprio

 

Dopo Chianti Classico, Brunello e Bolgheri sarebbe facile pensarlo.

E invece basta arrivare a San Gimignano per incontrare una storia completamente diversa.

La Vernaccia di San Gimignano vanta un primato importante: nel 1966 fu il primo vino italiano a ottenere la Denominazione di Origine Controllata; nel 1993 arrivò la DOCG. Oggi deve essere prodotta con almeno l'85% di Vernaccia di San Gimignano e le uve devono provenire dai terreni collinari del territorio comunale.

La sua storia, naturalmente, è molto più antica delle denominazioni moderne. Ed è una bella controprova a un'immagine della Toscana dominata quasi esclusivamente dai grandi rossi.

Sulla costa troviamo invece il Vermentino. E proprio Bolgheri, oggi famosa soprattutto per Cabernet, Merlot e Cabernet Franc, ci ha appena ricordato che la propria DOC nacque tutelando inizialmente bianchi e rosati.

I vini bianchi toscani occupano forse meno spazio nell’immaginario collettivo rispetto ai grandi rossi della regione. La loro storia, però, ha radici tutt’altro che marginali.

 

Il vino toscano a tavola

In Toscana vino e cucina condividono territorio e tradizioni, e incontrarli insieme viene quasi naturale.

La bistecca alla fiorentina, con struttura e succulenza importanti, invita verso rossi capaci di sostenerla; le pappardelle al ragù trovano facilmente un compagno nel Sangiovese. Con il pecorino toscano, invece, anche la stagionatura può orientare la scelta.

Sulla costa il cacciucco, con pomodoro, pesce e una preparazione intensa e saporita, ricorda che persino l'equazione

pesce = vino bianco non è una regola assoluta.

Il territorio può suggerire l'incontro. Il piatto ha sempre l'ultima parola.

 

Quale Toscana mettiamo nel bicchiere?

Dopo questo viaggio diventa difficile parlare di vino toscano al singolare.

Il Sangiovese fa da filo conduttore a territori che lo interpretano in modi diversi; sulla costa cambiano vitigni e prospettive, mentre accanto ai grandi rossi troviamo anche vini bianchi dalla storia secolare.

Forse la domanda, allora, non è quale sia il vino più rappresentativo della Toscana, ma quale Toscana abbiamo voglia di scoprire.

La risposta può cambiare ogni volta. Ed è anche questo che rende questa regione così interessante da esplorare, una bottiglia alla volta.

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